Intervista ai finalisti di Musica da Bere 2026: De.stradis
Dalla Puglia a Bologna, tra cantautorato ed elettronica
Cresciuto in Puglia «con il mare sempre addosso e la musica come casa», De.stradis individua nelle proprie origini le fondamenta umane del suo percorso e in Bologna la sua «mamma artistica»: la città nella quale ha costruito i primi progetti e affrontato i primi live.
Tra i vincitori di Musicultura 2024, porta avanti una ricerca volutamente difficile da incasellare, nella quale convivono una dimensione intima e cantautorale e una più elettronica e sperimentale.
La contaminazione non è soltanto una scelta stilistica, ma uno degli elementi che definiscono la sua identità artistica.
Musica da Bere, come dimostra anche lo storico della manifestazione, è stata un’opportunità per tanti talenti musicali. Tu, questa opportunità, come la stai vivendo? E che cosa ti ha spinto a partecipare al contest?
“Il “Palmarès” di Musica da Bere è piuttosto incredibile: sono passati nomi giganti, non solo per il nome ma soprattutto per il contenuto artistico, e per questo sono molto onorato di essere qui quest’anno. So che il 18 ottobre sarà una serata in cui sarò ascoltato con attenzione e quindi l’energia è positiva, sia da parte mia che della band, in attesa della serata.
In questi anni, con questo progetto o con altri, ho partecipato a diversi concorsi nazionali che ritenevo validi e Musica da Bere mancava all’appello.
Ho aspettato di avere un live e una band solidi perché mi sembra che, più che in altri contesti, qui l’esibizione dal vivo abbia un certo peso.”
Ti sei definito “un ragazzo cresciuto in Puglia con il mare sempre addosso e la musica come casa”. Quanto le tue origini hanno influenzato il tuo modo di fare musica? E quanto anche la tua esperienza a Bologna ha inciso?
La Puglia è stata per me fondamenta, natura e valori forti. È stato il posto in cui mi sono definito in primis come essere umano, ma che, almeno ai tempi della mia adolescenza, mi ha dato poco spazio per darmi forma artisticamente, vivendo molto in provincia.
“In questi anni, in realtà, ho trovato un humus culturale fondamentale in Puglia: Filippo Bubbico, con cui produco la mia musica, e tanti artisti amici con cui collaboro e che semplicemente stimo vivono giù.
Bologna è stata invece la mia mamma artistica: qui ho costruito i miei primi progetti e fatto i miei primi live e resta ancora un punto di riferimento fondamentale. Passeggiare per la città e vivere la sua continua evoluzione sociale e culturale sono uno dei motivi di ispirazione per quello che scrivo.”
Sei stato tra gli otto vincitori di Musicultura nel 2024, che cosa è cambiato per la tua carriera dopo quell’esperienza?
“Musicultura è stato molto importante e riesco a capirlo meglio solo ora, con una certa prospettiva.
Non è stato tanto per una questione di riconoscimento artistico. Suonare in un posto come lo Sferisterio è stato forgiante: gestire così tanto pubblico, in quel tipo di atmosfera, era per me una cosa totalmente nuova e piuttosto assurda.
Quell’anno, poi, la qualità artistica e umana di chi era in gara era pazzesca e per questo sono entrato in risonanza con i miei “colleghi” e ho capito il loro modo di essere artisti.
Ai tempi questo progetto aveva un anno di vita e una direzione non ancora così chiara e credo che essere entrato in contatto con persone con cui risuono — Anna Castiglia e Nico Arezzo tra tutti, ma non solo — mi abbia fatto capire in che squadra volessi giocare e che tipo di direzione volessi dare alla mia musica.
Per questo ripenso a Musicultura sempre con una bellissima nostalgia e credo di non essere l’unico a provare lo stesso.”
Una musica apparentemente dalla doppia anima la tua: una più intima e cantautorale e una più elettronica e sperimentale. Che tipo di artista ti definiresti?
“Contaminazione sarà banale, ma è sempre stata una parola che ho sentito negli anni e che mi sono sentito dire. Oggi è una parola sin troppo inflazionata, visto il caos di contaminazione digitale in cui viviamo, ma effettivamente, se senti la mia musica, non è così omogenea: sfrutta linguaggi diversi, di brano in brano, per comunicare quello che voglio.
Questo tende a essere, a volte, un po’ divisivo: chi mi ascolta o è molto confuso da questa eterogeneità e non riesce a incasellarmi, oppure la ama tantissimo proprio per gli stessi motivi.
È un aspetto sul quale non voglio scendere a compromessi perché, paradossalmente, credo che mi definisca. Ma magari un giorno cambierò idea.”
Qual è il messaggio più importante per te che vorresti trasmettere con il tuo modo di fare musica?
“Mi piace, nella vita, fare lettura di chi ho attorno e imparare a essere il più empatico possibile. Mi ritengo anche una persona positiva e solare, ma allo stesso tempo molto critica, e porto questo anche nella musica che faccio. Sono molto contento dei valori che porto come essere umano e nella mia musica e sono fermamente convinto della differenza che ognuno può fare, nel suo piccolo, condividendoli. Faccio un lavoro che mi porta a connettermi con tantissime persone e penso, nel mio piccolo, di poter fare la differenza. Mi auguro che questo possa accadere sempre di più, anche con persone molto diverse da me.”



