Intervista ai finalisti di Musica da Bere 2026: RicordaCassandra
La Puglia incontra l’underground torinese
Nel nome d’arte c’è già una dichiarazione di appartenenza: RicordaCassandra lega il proprio progetto alla Puglia, ai luoghi e alle esperienze che ne hanno formato l’identità.
Ma è l’incontro con Torino, dove vive da dodici anni, e con la sua scena underground e indipendente ad aver trasformato profondamente il suo linguaggio musicale. Gli studi in elettronica lo hanno avvicinato alla sintesi sonora e alla musica elettronica.
Musica da Bere, come dimostra anche lo storico della manifestazione, è stata un’opportunità per tanti talenti musicali. Tu, questa opportunità, come la stai vivendo? E che cosa ti ha spinto a partecipare al contest?
“Suonare in un teatro davanti a tanti/e artisti/e e professionisti/e del settore è un’occasione che ad un progetto emergente non capita spesso, quindi la sto vivendo con grande entusiasmo.
Ho scelto di partecipare a Musica da Bere perché è una bella opportunità per far conoscere la mia musica, confrontarmi con altre realtà e crescere come artista. Sono felicissimo di esserci e pronto a godermi questa esperienza fino in fondo.”
Il tuo nome d’arte rimanda a un mito legato alla città pugliese di Cassandra, come nasce questa scelta? E che cosa lega così tanto la tua musica alla Puglia?
“La scelta nasce da un bisogno di legare l’identità del progetto a ciò che mi ha formato e che in questo momento riesco a riconoscere come familiare.
La musica è stata parte della mia crescita così come lo sono state le strade e tutti i luoghi del mio territorio, per questo motivo mi sembrava naturale farle convivere in un unico concetto.”
Quanto invece l’underground torinese ti ha influenzato?
“Torino mi ha influenzato tantissimo. È una città con una scena underground e indipendente molto viva, non solo dal punto di vista musicale ma artistico in generale.
Vivendoci da ormai dodici anni, e, anche grazie agli studi in elettronica, mi sono avvicinato a un mondo che prima conoscevo poco, che è quello della sintesi sonora e della musica elettronica.
Devo molto a questa città, perché ha cambiato il mio modo di fare musica.”
Suoni e scrivi da quando hai 14 anni, quando hai capito che la musica era il tuo destino?
“Non credo ci sia mai stato un momento preciso. Mio padre ha la passione per la chitarra elettrica, mio fratello maggiore e mio cugino avevano una band alternative e provavano in cantina.
Alle scuole elementari c’era già chi suonava il tamburello e ho frequentato un liceo in cui ero circondato da compagni e compagne che suonavano e avevano band. L’ho sempre data per scontata perchè ha sempre fatto parte della mia vita.”
È uscito il tuo secondo EP dal titolo ‘Terra’, come definiresti questo progetto?
“Terra è un progetto che prova ad approfondire la tematica del rapporto con la distanza e del senso di appartenenza.
Chi vive lontano dal luogo da cui proviene conosce bene quella sensazione di sentirsi un po’ estranei in entrambi i posti: in quello d’origine, perché non lo si vive più da anni, e in quello in cui vive, perché ci si sente culturalmente distanti.
A livello musicale, questo contrasto prende forma nel connubio tra la parte più acida e tagliente dell’elettronica/ drum machine / sintetizzatori modulari e quella più dolce e melodica degli archi.”



